Quando chiudo gli occhi posso ancora sentire la stretta del nonno che mi tiene in braccio, e l’altalena fatta a mano da lui, e le caldarroste che abbrustoliva per me a Venaria, e il rumore che faceva lo sterzo della Fiat 850 azzurro acquamarina, e gli occhi gonfi che strofinavo per l’allergia, e il viaggio con il nonno a Diano Castello.
Sono piccoli momenti di pura felicità anche il tanto desiderato trenino che mamma acquistò un pomeriggio d’inverno, e le macchinine con cui giocavo e il lego e la possente macchina che imballava il fieno, e il gioco dei quattro angoli in via Fontanesi, e il sudore lungo la schiena mentre giocavo a nascondino le sere d’estate.

Sono attimi che fuggono come le salite al Monte San Giorgio, la festa del 25 aprile ai Galli, le fughe mattutine in bici sognando di avere una roulotte attaccata, la prima volta che dormii da solo in colonia a Pian dell’Alpe e mi preoccupai perché papà e mamma non arrivavano.
Notti e giorni, istanti, settimane e momenti liceali: io che volevo a tutti i costi essere un paninaro, e il castello di Laura, e le domeniche trascorse a studiare da Pepy, e la maturità, e ancora Viale Curreno la strada che conduceva al liceo, e le macchine lussuose delle mie compagne.
Mesi e secondi, attimi infinitesimali che servono a prendere decisioni reversibili come la volta in cui volli raggiungere Silvia in Guadalupa, e le spiagge bianche, e le lacrime perché non ero io ma volevo esserlo, e il cane di Ale, la moto di Eugenio e le serate con la mia compagnia.
E odori, profumi e parole che hanno arricchito la mia vita fino ad essere ciò che vedi oggi, e sono fiero di me.
E allora?
Convivo con la consapevolezza che fra due generazioni o meglio anche prima nessuno saprà più chi sono, che sono un granello tra la sabbia del mare.
Ascolto il Sè e questo conta per me, per noi, e allora assaporo il momento.
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